Conoscere e gestire le emozioni

Il tema delle passioni e dei sentimenti ha sempre affascinato la filosofia a partire da Aristotele, Cicerone e Seneca per arrivare a Cartesio, Hobbes e Hume e le riflessioni dei grandi filosofi sono state senz’altro una base importante per lo studio delle emozioni in campo psicologico. Dalla fine dell’ottocento, infatti, l’indagine sperimentale applicata alla psicologia ha permesso un approfondimento scientifico di quanto era emerso fino ad allora dalla sola indagine filosofica. La psicologia, attraverso diversi orientamenti di pensiero e percorsi di approfondimento, ha quindi elaborato specifiche metodologie che possiamo applicare alla quotidianità per conoscere meglio e imparare a gestire le nostre emozioni, soprattutto quelle che sono in grado di influenzarci con maggiore intensità.

Le emozioni sono risposte che diamo a situazioni percepite come importanti per il mantenimento del nostro equilibrio e del nostro benessere personale. Quando manifestiamo un’emozione la nostra risposta avviene sempre su diversi livelli distinti, ma tra loro interconnessi.

Ad un primo livello abbiamo l’eccitazione fisiologica che è il lato più “fisico” e primitivo dell’emozione e include alterazioni a livello del funzionamento neuronale, ormonale, viscerale e muscolare. In neuropsicologia si definisce “arousal” l’eccitazione temporanea del sistema nervoso in risposta ad uno stimolo esterno, attivazione che coinvolge il sistema nervoso centrale, quello periferico e quello vegetativo. L’arousal è la parte della manifestazione emotiva più legata al mondo animale e può configurarsi come risposta di “attacco e fuga” in quanto le modificazioni prodotte dal sistema nervoso (aumento del battito cardiaco, aumento del ritmo respiratorio, dilatazione delle pupille, ecc.) preparano il nostro corpo anche a reazioni estreme come uno scontro fisico o la fuga da un pericolo potenzialmente letale.

Un livello successivo riguarda il coinvolgimento di sentimenti intesi come stati e tonalità affettive collocabili lungo l’asse buono/cattivo o l’asse positivo/negativo per come ne facciamo esperienza personalmente.

Poi viene il livello dei processi cognitivi, dove i nostri ricordi, aspettative e interpretazioni influiscono sul modo in cui proviamo l’emozione e ci confrontiamo con la realtà della situazione che stiamo affrontando.

Infine vengono le reazioni comportamentali, cioè i comportamenti che mettiamo in atto dal punto di vista espressivo (ad es. piangere o ridere) che dal punto di vista strumentale (ad es. chiedere aiuto o fuggire). Quest’ultimo livello è strettamente collegato al livello precedente, infatti quello cognitivo è anche il livello dove possiamo regolare coscientemente l’intensità delle espressioni emotive e ricalibrare le nostre reazioni comportamentali, ad esempio possiamo decidere di mostrarci più gioiosi di quanto lo siamo in realtà di fronte ad un regalo non proprio gradito, influendo in questo modo anche sulla funzione sociale delle emozioni.

Proviamo a declinare questi concetti in un caso concreto: vedo qualcosa che mi fa arrabbiare. Fisicamente potrò sentirmi nervoso e avvertire una tensione muscolare, magari accompagnata da altre sensazioni come caldo alla testa o altre percezioni corporee (livello fisiologico), mi troverò probabilmente in una situazione per me con valenza fortemente negativa (livello dei sentimenti), farò valutazioni su quello che sta succedendo, la sua importanze per me, come mi sono comportato in passato in situazioni del genere, cosa potrebbe succedere a seguito di una mia reazione (livello cognitivo), infine agirò di conseguenza manifestando la mia emozione all’esterno, ad esempio mettendomi a gridare contro qualcuno (livello comportamentale).

Osservando questi livelli da un’altra prospettiva possiamo anche affermare che esistono due aspetti principali dell’esperienza emotiva: uno soggettivo che può essere descritto solo da chi fa quell’esperienza e uno fisico e comportamentale che può essere osservato anche dall’esterno, quindi visibile agli altri. La capacità di riconoscere ed etichettare correttamente le espressioni emotive proprie e altrui è interpretata da alcuni studi psicologici come una forma di intelligenza specifica, chiamata proprio intelligenza emotiva. Le persone dotate di maggiore intelligenza emotiva sarebbero quindi in grado di interagire in modo più appropriato con gli altri e con l’ambiente esterno, almeno per quanto riguarda il piano emotivo. Non è detto che l’intelligenza emotiva si sviluppi di pari passo con gli altri tipi di intelligenza e non è possibile stabilire delle correlazioni dirette, ad esempio una persona può essere dotata di una grande intelligenza logico-matematica o linguistica, ma allo stesso tempo essere carente dal punto di vista dell’intelligenza emotiva.

Resta ancora da definire quante e quali siano le emozioni, argomento che ha destato l’interesse di numerosi psicologi, sociologi e antropologi che hanno svolto una notevole mole di studi su questo argomento confrontando le espressioni emotive dei più svariati popoli del mondo.

Una catalogazione ricorrente è quella che divide le emozioni primarie (o semplici), che si ritiene essere innate e radicate biologicamente, dalle emozioni secondarie (o complesse) che sarebbero apprese dall’esperienza anche sovrapponendo due o più emozioni secondarie. Vediamo alcune delle catalogazioni più interessanti ad opera dei maggiori studiosi di emozioni.

Secondo Plutchick esistono quattro polarità (gioia/tristezza, paura/rabbia, sorpresa/anticipazione, accettazione/disgusto) che definiscono le emozioni primarie, mentre tutte le altre derivano dalla combinazione di queste.

Secondo Izard le emozioni primarie sono dieci: tristezza, gioia, sorpresa, sconforto, rabbia, disgusto, disprezzo, paura, vergogna/timidezza, colpa.

Secondo Tomkins ci sono nove emozioni primarie: interesse, gioia, sorpresa, sconforto, paura, vergogna, disprezzo, disgusto, rabbia.

Secondo Argyle ce ne sono sette: felicità, sorpresa, paura, tristezza, collera, disgusto, interesse.

Per Ekman ce ne sono sei: felicità, sorpresa, paura, tristezza, collera, disgusto.

Per Campos e Barrett sono cinque: felicità, paura, tristezza, collera, interesse.

L’ultimo studio importante, in ordine di tempo, è quello che Dacher Keltner e Alan S. Cowen hanno pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica americana “Proceedings of the National Academy of Sciences” e sembra rimescolare le carte in gioco sostenendo che esistono in tutto 27 categorie di emozioni tra loro interconnesse.

Al di là del dato numerico, probabilmente impossibile da definire in modo univoco, è interessante osservare come tutte le emozioni qui elencate siano connotabili come positive o negative a seconda della gradevolezza dell’esperienza soggettiva.

Uno dei punti ancora da chiarire è come si sviluppano le emozioni nell’arco della nostra vita e anche durante ogni singolo episodio/stimolo emotigeno, cioè l’evento che provoca in noi delle emozioni. Storicamente il dibattito scientifico è sempre ruotato intorno all’asse “teorie centrali vs. teorie periferiche”, semplificabili nell’esempio “sto scappando perché ho paura oppure ho paura perché sto scappando?” Poi, alla fine degli anni ottanta, Levental e Scherer hanno proposto una spiegazione complessa dei meccanismi emotivi in grado di tenere in considerazione i maggiori studi conosciuti e le diverse teorie sull’argomento. Secondo questo approccio durante la nostra vita la capacità di provare ed esprimere emozioni si svilupperebbe a partire da un repertorio biologico innato, presente anche nel neonato, integrando man mano livelli di organizzazione e meccanismi di controllo sempre più evoluti durante la vita adulta, raggiungendo la formazione di emozioni complesse e la consapevolezza del ruolo sociale delle emozioni attraverso l’interazione con l’ambiente esterno.

Se non è ancora del tutto chiaro come si evolvono le emozioni nel nostro percorso di vita è invece più chiaro quali influenze possono avere sul nostro stato di salute psicofisico. Una difficoltà nella gestione delle nostre emozioni può infatti portarci ad uno stato di sofferenza psicologica ma anche a vere e proprie patologie fisiche che si sviluppano attraverso un processo di somatizzazione. Le emozioni, infatti, sono la cerniera tra la mente e il corpo, un punto di congiunzione delicato che va curato per tutto il percorso di vita. Se lasciare scorrere liberamente tutte le nostre manifestazioni emotive senza porci alcuna limitazione potrebbe crearci delle difficoltà a livello sociale, anche l’estremo opposto, cioè la continua repressione di alcune emozioni, potrebbe crearci dei problemi e dimostrarci che non ci stiamo accettando così come siamo e che stiamo negando l’espressione di una parte di noi stessi, che invece dovremmo imparare a conoscere e accogliere.

La chiave per gestire le emozioni in modo salutare è imparare a conoscere noi stessi in profondità e accettare il nostro modo di essere con tutte le emozioni che proviamo, imparando a osservare gli effetti che hanno su di noi, a riconoscerle in noi stessi e negli altri, a sentirle fino in fondo a tutte le intensità, solo in questo modo possiamo arrivare a gestirle in modo corretto e ad esprimerle nel modo migliore per noi, anche quando siamo con gli altri. Questo vale anche per le emozioni negative che generalmente tendiamo a evitare o reprimere, oppure quando ci travolgono cerchiamo di anestetizzarci volontariamente per non provare dolore. In questo modo rinunciamo alla conoscenza di una parte di noi stessi e perdiamo quello che potrebbe diventare un prezioso alleato nel percorso verso la nostra realizzazione e la ricerca del benessere.

Per alcune persone questo processo di sviluppo e consapevolezza emotiva avviene spontaneamente, mentre altre persone incontrano ostacoli che bloccano il cammino generando sofferenza. In questi casi il supporto di uno psicologo può aiutare a riprendere il percorso interrotto accompagnandoci verso la riconquista delle nostre emozioni ed una gestione migliore della nostra emotività.

 

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