Come evitare di essere aggrediti: anatomia di un’aggressione

Immagina questa situazione: stai tornando a casa a piedi una sera, è buio e non ci sono altre persone in strada. Percorri una via illuminata solo a tratti, senti degli altri passi dietro di te, si avvicinano velocemente, ti giri per vedere chi sta arrivando alle tue spalle e uno sconosciuto ti prende con la forza e ti mette una mano davanti alla bocca per non farti urlare.

Oppure quest’altra situazione: è estate e sei in vacanza in una località che conosci poco, la sera partecipi a una festa in spiaggia che finisce a notte fonda, le persone se ne vanno, rimani tu con il tuo/la tua partner a chiacchierare ancora per un po’. Vi accorgete che non siete più soli quando una persona alle vostre spalle vi chiede una sigaretta. Vi girate e vedete intorno a voi un gruppo di persone che con aria minacciosa vi dicono che vi conviene non fare scherzi altrimenti sarà peggio per voi.

Sono entrambi casi di cronaca presi dai quotidiani e dai telegiornali, episodi di questo genere succedono più volte ogni giorno e in ogni luogo. Un episodio simile potrebbe capitare a chiunque e ciò che accomuna la maggior parte delle vittime è l’incapacità di reagire davanti al pericolo concreto. Non avendo mai affrontato situazioni di questo tipo non è possibile prevedere la reazione che si avrà, ma nella maggior parte dei casi la risposta è la paura. Una sensazione di paura estrema e totalizzante che ci blocca e non ci permette di reagire a una situazione di pericolo per la quale ci troviamo completamente impreparati.

Da un punto di vista fisiologico il nostro cervello risponde alla situazione di pericolo in modo automatico attraverso il sistema nervoso simpatico. Si chiama “risposta di attacco o fuga”, cioè il nostro corpo si prepara automaticamente a uno scontro o a una fuga aumentando il battito cardiaco e il ritmo respiratorio, dilatando le pupille e i vasi sanguigni e liberando fonti di energia metabolica per una migliore azione muscolare. Queste reazioni avvengono in modo autonomo grazie all’azione dell’amigdala che rilascia noradrenalina nel momento in cui avvertiamo la situazione di pericolo.

Teoricamente, quindi, il nostro corpo sarebbe pronto a reagire oppure a scappare davanti a questa situazione di pericolo, nella pratica invece avviene nella maggior parte dei casi l’esatto contrario, cioè restiamo immobili come pietrificati di fronte all’aggressore o comunque mettiamo in atto comportamenti inefficaci che non ci permettono di evitare l’aggressione. Se a mente lucida la maggior parte delle persone è in grado di pensare che riuscirebbe ad affrontare una situazione di questo tipo rispondendo in modo razionale ed efficace, nella realtà di una situazione di stress estremo quasi nessuno è in grado di predire quali risposte concrete metterà in atto, se non ha già vissuto situazioni di questo tipo o non ha affrontato un training specifico, come un militare o un poliziotto.

La domanda fondamentale è: “Che cosa posso fare per evitare il panico e la totale perdita di controllo che spesso ci blocca nelle situazioni di pericolo e come posso imparare a contrastare la paura?” Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima analizzare la mentalità dell’aggressore e quella della vittima.

La mentalità dell’aggressore è quella del predatore: attacca per ottenere qualcosa. Non c’è etica o morale nell’attacco, è una questione strumentale, l’aggressore sa che sta per fare del male a qualcuno, ma questo è subordinato al raggiungimento del suo scopo. L’aggressore è consapevole di agire al di là delle regole sociali e della legge, ma questo per lui non importa, deve ottenere quello che vuole.

La preda viene individuata in modo strategico, l’aggressore deve ottimizzare le possibilità di riuscita dell’attacco, ad esempio trovando una potenziale vittima che fisicamente appare più debole di lui o comunque non preparata a rispondere all’attacco. Per fare questo l’aggressore ha la possibilità di impostare tre elementi chiave dell’attacco che potranno dargli un enorme vantaggio durante la sua azione. Questi tre elementi sono il luogo, il tempo e il metodo dell’aggressione.

Il luogo è il primo aspetto fondamentale. L’aggressore prepara la sua azione immaginando che durerà un arco di tempo predefinito, da pochi secondi a qualche minuto nella maggior parte dei casi e a seconda dell’obiettivo. Per questo motivo sceglie un luogo ottimale per l’aggressione, cercando di minimizzare il rischio di interventi esterni per potere agire indisturbato. Il luogo adatto può essere qualsiasi posto isolato, oppure un luogo che in alcuni momenti della giornata è trafficato e in altri momenti è deserto, oppure un luogo chiuso all’interno di un locale pubblico (pensiamo al bagno di un locale) o anche un appartamento privato o un magazzino di cui possiede le chiavi, se riesce ad attirare la sua vittima in quel luogo. Ci sono casi, soprattutto legati a reati a sfondo sessuale, in cui l’aggressione inizia in un primo luogo dove la vittima viene prelevata per essere portata rapidamente in un secondo luogo più isolato dove l’aggressore può agire indisturbato. La questione del luogo è fondamentale anche per quanto riguarda un altro aspetto, quello delle vie di fuga, infatti nella mentalità dell’aggressore la vittima non deve potere fuggire, ma allo stesso tempo l’aggressore deve poter fuggire dopo avere raggiunto il suo obiettivo, meglio se attraverso una via di fuga sicura e senza ostacoli.

Il tempo è il secondo aspetto fondamentale su cui l’aggressore può giocare a suo vantaggio, in primo luogo per quanto riguarda l’ora o il giorno della settimana. Aggredire una persona per rapinarla o molestarla su un treno può avvenire difficilmente su un treno affollato di pendolari alle otto del mattino di un giorno infrasettimanale, mentre può avvenire più facilmente sullo stesso treno nei giorni di sabato e domenica oppure su un treno deserto in tarda serata. La questione del tempo è importante anche per il timing dell’aggressione, infatti spesso l’episodio nel complesso dura molto più a lungo del fatto violento in sé, ma la vittima non se ne accorge. Una vittima di strada, ad esempio nei casi di rapina o di violenza sessuale, spesso è una vittima occasionale ma difficilmente viene aggredita nell’istante stesso in cui la sua strada incrocia quella dell’aggressore, che invece ha bisogno di tempo per valutare la situazione, le circostanze ambientali e capire se la potenziale vittima è un obiettivo ideale. Pensiamoci: a qualcuno di noi sarà capitato, senza accorgersene, di essere una potenziale vittima di un aggressore che per qualche istante magari ci ha seguiti, studiati, ha analizzato le nostre caratteristiche e poi per qualche motivo ha deciso che non era il momento adatto per colpire oppure non era una situazione a suo favore, rinunciando al suo attacco o cercando un’altra vittima da colpire.

Il terzo vantaggio dell’aggressore è quello di potere scegliere il metodo dell’aggressione. Dal punto di vista psicologico è probabilmente l’aspetto con impatto maggiore. Vedere una persona che sbuca dal buio e ci punta una pistola alla testa o un coltello alla gola produce un effetto psicologico che solo persone preparate sono in grado di gestire senza entrare nel panico. In pochi istanti ci rendiamo conto che siamo in trappola e non siamo più in grado di reagire, questo produce uno squilibrio enorme di potere nelle dinamiche tra vittima e carnefice attraverso la minaccia di una violenza estrema e forse anche letale.

Per questi motivi l’aggressione si svolge solitamente in circostanze favorevoli all’aggressore e la vittima si trova a dover fronteggiare un pericolo improvviso ad armi dispari, spesso mettendo in atto una risposta passiva oppure bloccata dall’incapacità di reagire causata dalla paura.

Esistono dei modi per rompere questo meccanismo evitando di diventare vittime di un’aggressione? Non è sicuramente facile prepararsi a fronteggiare eventi di questo tipo, ma un po’ di lavoro personale e di allenamento ci possono aiutare a essere maggiormente preparati a situazioni estreme.

La mentalità della vittima è molto diversa da quella dell’aggressore. L’aggressore sa di essere un predatore ed elabora in continuazione stratagemmi offensivi. La vittima non sa di essere vittima finché non viene aggredita, ma è già troppo tardi. Uno dei concetti chiave per la vittima è quindi quello di trovare il modo di mettersi in salvo evitando lo scontro. Comunemente si pensa che l’aggressore riesca a dominare l’azione perché la vittima non è preparata o non ha sufficiente forza fisica per contrastare l’aggressione, ma l’obiettivo da raggiungere per la vittima deve essere, al contrario, quello di cercare di mettersi in salvo evitando lo scontro fisico. Ogni scontro, infatti, porterebbe dei danni a entrambe le parti in gioco e la disparità di potere nella trappola escogitata dall’aggressore lo porterebbe a vincere lo scontro nella maggior parte dei casi. La massimizzazione del risultato per la vittima, invece, si ottiene quando riesce a raggiungere l’obiettivo di mettersi in salvo evitando lo scontro. La risposta fisica diretta all’aggressione deve essere, infatti, l’extrema ratio, l’ultima scelta da mettere in atto solo quando ogni altra via di salvezza è preclusa. Per raggiungere l’obiettivo in modo efficace, però, è necessario un altro passaggio fondamentale: bisogna imparare a pensare con la mentalità l’aggressore, osservare i luoghi in cui ci si trova, creare mappe mentali, individuare le vie di fuga, studiare le persone che ci circondano, acquisire consapevolezza nelle situazioni di potenziale rischio ed elaborare rapidamente delle strategie di fuga.

Anche dal punto di vista emotivo e fisico è necessario sviluppare abilità specifiche per rispondere a situazioni di questo tipo. Per fare tutto questo possiamo utilizzare in modo efficace tre elementi:

 

1 – Reframing. Se stiamo camminando in montagna e vediamo per la prima volta una vipera che striscia tra i nostri piedi la nostra reazione sarà di spavento davanti al potenziale rischio. Se poi diventiamo degli escursionisti abitudinari, dopo che avremo visto decine di vipere la nostra reazione non sarà più di paura, ma solo una controllata e attenta gestione della situazione. Non possiamo esercitarci concretamente a gestire le aggressioni perché fortunatamente sono episodi che accadono raramente nella vita, ma possiamo comunque fare un esercizio mentale per vivere delle situazioni quotidiane come potenziali luoghi di aggressione. Se c’è un tratto di strada che percorriamo a piedi abitualmente la sera con il buio proviamo a immaginarlo come la scena di un’aggressione dove noi siamo le vittime. Cerchiamo di individuare e ricordarci quali sono i punti più rischiosi perché manca una buona visuale, dove ci sono dei possibili nascondigli, cerchiamo di individuare in ogni tratto di strada dove potrei trovare delle vie di fuga a seconda della posizione di un eventuale aggressore, cerchiamo di memorizzare se ci sono nelle vicinanze bar o locali aperti fino a tarda ora dove potremmo rifugiarci, facciamo una stima mentale dei tempi che potrei impiegare a raggiungere correndo un luogo sicuro correndo o dove potere chiedere aiuto, ecc. L’esercizio può essere anche svolto al contrario, immaginando che noi siamo gli aggressori: dove mi nasconderei se volessi aggredire qualcuno che percorre questa strada? In quale direzione scapperei dopo l’aggressione? Quanto tempo mi servirebbe per allontanarmi? In quali punti del tragitto riuscirei ad avvicinare una potenziale vittima senza essere notato?

Come negli esercizi di visualizzazione questa tecnica serve per allenare la mente ad affrontare situazioni reali anche in assenza di circostanze concrete. Se l’esercizio ci crea ansia possiamo provare a farlo mentalmente partendo da situazioni più tranquille quando siamo in compagnia altre persone, passando man mano a situazioni più ostili.

 

2 – Redirezionamento emotivo. In situazioni di alto stress emotivo potrebbe diventare quasi impossibile per il sistema cognitivo riprendere controllo sull’istinto di sopravvivenza. Tuttavia è possibile che un’altra emozione primaria superi in intensità la reazione di paura e la sostituisca. In questo compito ci può aiutare la rabbia. Redirezionando la paura in rabbia posso ribaltare la passività della reazione di paura focalizzandomi su una risposta più reattiva che mi permetta di non rimanere paralizzato durante l’aggressione ma, al contrario, mi consenta di mettere in campo maggiori energie per preparare una fuga per mettermi in salvo o rispondere a un’offesa fisica. Anche per questo è necessario un allenamento mentale, se per esempio viviamo nel terrore che qualcuno ci possa aggredire dobbiamo iniziare a sviluppare un pensiero orientato al nostro diritto di avere una vita senza essere molestati, al diritto di camminare in strada da soli anche di notte, al diritto di prendere un treno semi vuoto senza avere paura di un’aggressione e dobbiamo focalizzare questi pensieri contro tutti i possibili aggressori che potremo incontrare o non incontrare nella nostra vita, pensando che non permetteremo a nessuno di farci del male e che preserveremo noi stessi a ogni costo.

 

3 – Allenamento. Anche se è impossibile allenarsi davanti a situazioni concrete, proprio perché subire un’aggressione è un evento che accade raramente nella vita, possiamo comunque allenare la nostra abilità a fare fronte a situazioni di pericolo attraverso un training specifico che ci permetta di valutare rapidamente i rischi di una situazione e le potenziali risposte, quindi agire per mettersi in salvo quando è possibile oppure contrattaccare in casi estremi, cercando di minimizzare i danni. Questo tipo di allenamento deve avere obiettivi specifici come aumentare il livello di consapevolezza della situazione e delle nostre possibili risposte, aiutarci a individuare quali comportamenti o azioni ci permetteranno di ottenere dei risultati specifici, individuare le abilità richieste per ottenere questi risultati e allenarsi per sviluppare queste abilità anche quando siamo sotto forte stress emotivo.

Mentre nella pratica sportiva agonistica, ad es. nelle arti marziali classiche, ci si allena prevalentemente utilizzando posizioni e movimenti ottimizzati, le abilità di cui stiamo parlando si possono coltivare maggiormente attraverso un training basato su situazioni improvvisate, non ottimali e stressanti, come avviene ad esempio nel Krav Maga, la disciplina di autodifesa sviluppata dai servizi segreti israeliani ormai abbastanza diffusa nelle palestre e nei centri sportivi.

 

Essere in grado di evitare un’aggressione è quindi un’abilità complessa, che va sviluppata nel tempo coltivando le proprie abilità di leggere le situazioni potenzialmente pericolose e di rispondere con comportamenti adeguati in modo efficace. Allenando queste abilità aumenteremo in modo progressivo anche il nostro senso di sicurezza percepita e la capacità di far fronte a condizioni di stress, competenze che trasversalmente potremo applicare anche in altri ambiti della vita e nella quotidianità.

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

I commenti sono chiusi