Quando il ricovero in psichiatria fa tendenza

Antidepressivi psicologo Alessandro Vimercati

Quando il ricovero in psichiatria fa tendenza

Nel circuito dei social network oggi non è raro imbattersi in video dove si parla di antidepressivi, ansiolitici o altri psicofarmaci. Su Facebook, Instagram e Tiktok si possono trovare molti esempi, soprattutto nei contenuti proposti dai giovani influencer, dove spesso si parla apertamente dell’assunzione di psicofarmaci con naturalezza, anche se trovo che spesso l’argomento venga trattato con superficialità.

Gli psicofarmaci fanno parte della farmacologia moderna ormai da settant’anni con tutti i loro pregi e i loro difetti, quindi credo che potere permettersi di parlare apertamente di queste terapie, da parte di chi ne ha avuto realmente bisogno, possa anche rappresentare la rottura di un tabù della società attuale, qualcosa di cui prima non si poteva parlare per motivi di desiderabilità sociale e che oggi trova un suo spazio nella rappresentazione della modernità e di come la viviamo. Allo stesso modo la superficialità con cui spesso l’argomento viene trattato sui social non permette ai meno informati di approfondire le zone d’ombra di questa classe di farmaci, il cui utilizzo è complesso e non esente da problemi.

Poco tempo fa ho visto un video pubblicato su Instagram da una giovane influencer dove, illustrando la sua morning routine, si fermava per un istante davanti a un dispenser automatico di pillole che erogava una pillola di antidepressivo, il Wellbutrin (Bupropione), con il sottotitolo “take my antidepressants”. La morning routine è quella sequenza di operazioni che si svolgono al mattino dopo essersi svegliati, attività spesso sfruttata dagli influencer per ostentare uno stile di vita salutare, colazioni genuine, attività fisica, meditazione, cura del corpo, ma anche case belle e curate, spesso con interni pregiati. In questo video anche il dispenser elettronico di pillole era ovviamente un oggetto di design coerente con il gradevole contesto estetico/funzionale dell’abitazione, è un prodotto particolarmente diffuso nel mercato statunitense.

La rappresentazione degli psicofarmaci nel mondo dei social è anche questo, un gesto elegante tra una tisana drenante e la preparazione del viso per il fondo tinta. Ma il tema è certamente più complesso, infatti oltre a essere diventati un luogo virtuale dove si può parlare apertamente anche della propria terapia con psicofarmaci, i social network sono diventati anche una vetrina per l’utilizzo alternativo/ricreativo degli stessi, che a volte prende la forma di una sostituzione di droghe a basso costo per i più giovani, ma più spesso diventa una medicazione lenitiva per curare gli effetti dell’alienazione sociale dalla società moderna. Il fenomeno è spesso legato a determinati ambienti musicali, dove anche nei testi si fanno espliciti riferimenti all’uso di psicofarmaci, spesso benzodiazepine e derivati, come sostanze ricreative. Niente di nuovo, ovviamente, il Valium fa parte della storia della musica almeno dal 1966 grazie a “Mother’s little helpers” dei Rolling Stones, ma abbiamo anche l’inno italiano delle benzodiazepine con “Valium” di Vasco Rossi del 1981.

La differenza principale nell’ennesima riedizione delle benzodiazepine come fenomeno culturale di massa sta probabilmente nella differente contestualizzazione. Dagli anni ’60 a oggi, infatti, la medicalizzazione sempre più spinta di ogni aspetto della vita ha creato un ambiente ricettivo in cui sembra quasi normale che il disagio giovanile venga lenito con uno Xanax, la panacea psicofarmacologica. Restando in ambito musicale, non siamo molto lontani dalla parodia dell’abuso dei farmaci contemporaneo come la cantavano Elio e Le Storie Tese nel brano “Farmacista” del 1999:

“La medicina per ballare, la medicina per gli approcci,
la medicina per invitarti a casa mia, nel letto.”

L’idolatria della decelerazione psichica come cura dell’irrequietezza giovanile non si ferma alle benzodiazepine e coinvolge molti altri farmaci, alcuni delle quali non appartenenti strettamente alla categoria degli psicofarmaci. Pensiamo, ad esempio, a un noto sciroppo per la tosse contenente codeina, derivato della morfina, diventato una bandiera della scena musicale trap, dove viene assunto in quantità spropositate miscelato con altre bevande per renderlo più gradevole, come nel caso del beverone soprannominato “Purple drank”.

Ma l’abuso incontrollato di queste sostanze può portare a esiti tragici, come è successo nel 2017 al rapper americano Lil Peep, tra gli idoli della generazione Alpha, deceduto durante un tour a causa di un mix di farmaci e droghe. Inizialmente il decesso fu attribuito a un’overdose di oppiacei e benzodiazepine, per poi allungare l’elenco a una decina di sostanze tra psicofarmaci, antidolorifici e droghe varie che vennero rinvenute nel suo corpo a seguito di un’analisi post-mortem. Ciò che rese famoso il caso di Lil Peep fu il video pubblicato sui social pochi giorni prima della morte, video in cui assumeva a ripetizione pillole di Xanax lanciandosele in bocca come se fossero noccioline.

In un certo senso si è ribaltato il significato storico dell’uso giovanile delle sostanze psicoattive. Negli anni 60/70, gli anni di Woodstock e della Summer of Love, l’uso di allucinogeni e sostanze psichedeliche ricercava una trance collettiva che ha attraversato una rivoluzione culturale di larga portata nel mondo occidentale, la psichedelia era connessione. Oggi invece si sta in casa da soli a farsi di Xanax, Ritalin o paracodina, sempre più facilmente reperibili “in piazza”, a interagire con il mondo esterno tramite una app e lo schermo di uno smartphone. Se ogni epoca ha le sue droghe, gli anni 2000 hanno l’Alprazolam. Esiste anche un vasto merchandising sul tema, un marchio di gioielli ha realizzato la collana in oro con la pillola di Xanax come pendaglio, ma c’è anche la versione cuscino in peluche o la pillola gigante da usare come fermacarte o oggetto di arredamento, oltre a diverse t-shirt a tema.

Xanax Psicologo Alessandro Vimercati

Uno degli effetti secondari della rinnovata idolatria per gli psicofarmaci e della medicalizzazione di ogni aspetto della vita è quello della santificazione del ricovero psichiatrico. Sempre facendo riferimento alla cultura musicale giovanile, negli ultimi anni diversi artisti sono stati presentati alla stampa con un curriculum dove venivano menzionati anche uno o più ricoveri in psichiatria (in alcuni casi anche dubbi), come tappe fondamentali del percorso di vita o comunque come voci degne di menzione. È da verificare se l’intenzione di presentarsi in questo modo sia stata veicolata più dalla stampa, dai manager o dagli stessi artisti, ma il risultato poco cambia, infatti gli stessi argomenti sono stati poi ripresi dai più giovani sui social, dove circolano molti video di “outing” rispetto a ricoveri psichiatrici (consumati o evitati), tentativi di suicidio e atti di autolesionismo. Questo mi ha ricordato alcuni forum che comparvero su internet nei primi anni 2000 in cui giovani ragazze si scambiavano consigli per diventare anoressiche, discussioni ancora attive oggi in alcuni canali di Reddit. Mi è capitato di incontrare nel mio studio giovani ragazzi che fantasticavano su un possibile ricovero in psichiatria magari per una leggera ansia o per altre sofferenze certo non così gravi da giustificare un ricovero, a volte riportando le esperienze di amici o influencer che erano stati ricoverati, quasi come se fosse un’esperienza catartica, un rito di purificazione del corpo e dell’anima, conoscendo in realtà ben poco della sofferenza che popola i reparti di psichiatria.

Dove è iniziato tutto questo? Non so dire se e quando ci sia stato un inizio preciso di questa tendenza, ma il dato che mi fa riflettere di più è il fatto che la nostra società ha perso gradualmente un approccio critico verso la cura e il farmaco riducendo il tutto sempre di più a una questione di tecnica e tecnologia. Il farmaco è spogliato del suo significato curativo e diventa solo una molecola, i più giovani vedono queste medicine negli armadietti del bagno dei genitori oppure nei video musicali dei loro artisti preferiti e non le percepiscono più come distanti, sono elementi che entrano a fare parte del linguaggio comune. Quindi è lecito usarli in ogni modo e se scopro che un determinato sciroppo per la tosse mescolato con un antistaminico e una bevanda gassata mi sballa non percepirò questo come “droga” o come illegale. Da qui a immaginare che il ricovero in psichiatria sia un traguardo a cui ambire il passo è breve, si immagina questa esperienza come altri possono immaginare il viaggio in terre remote alla ricerca di rituali antichi e delle esperienze con gli sciamani.

Cosa succederà ora? L’unica possibilità che vedo per deviare la rotta è quella di recuperare un approccio critico alla cura e al farmaco, affrontare il mito della tecnica che cura per costruire un nuovo paradigma dove l’uomo torna ad essere colui che cura e si prende cura, all’interno di un processo continuo di crescita, di relazione, di scambio con gli altri e con l’ecosistema in cui viviamo. Che poi è probabilmente la strada opposta da percorrere rispetto a quella che hanno imboccato la psicologia e la medicina dei giorni nostri, ma si sa che a noi piace andare “in direzione ostinata e contraria”.

 

 

 

 

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